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Come Nasce “l’avventura ereditata”

Nascita e segreti de
“L’avventura ereditata”

Viaggio a Xerolandia.

“E in Italia?”

Questa è la domanda che mi sono fatta quando, dopo aver letto diversi libri sui paesi sotterranei sparsi nel mondo, di cui il mito della Terra cava ne è solo il più famoso, ed aver sfogliato in modo accurato le 372 pagine del Manuale dei Luoghi Fantastici di Guadalupi e Manguel, mi sono accorta che nel mio paese natio non ve ne era collocato nessuno.

La prima idea che presi in esame fu la reale possibilità che la mia cultura in merito non fosse completa. Così m’immersi nell’enciclopedia del corridoio della mia casa d’infanzia e vi trovai descrizione e storia di alcune città in cui sono presenti molti affascinanti cunicoli e caverne. Roma, Genova, Torino, Napoli, Siena, Narni ne sono solo dei meravigliosi esempi, ma niente era del genere che cercavo.

Possibile che nessun luogo avesse ispirato un avventuriero, autore, visionario, “geniaccio dei tempi andati”  a scrivere storie su una fantastica civiltà antica e futuristica ambientata in Italia?

Capite qual era il grande cruccio della mia mente bambina?

Avendo mancato l’obiettivo della rocambolante ricerca, anche dopo diverse incursioni in tutte le biblioteche a cui avevo accesso, decisi che un simile torto non poteva esser commesso verso un così poliedrico e meraviglioso luogo qual è l’italica terra.

Così di punto in bianco iniziai personalmente ad ovviare ad un simile oltraggio, disegnando una cartina topografica di quello che, pian piano, divenne uno dei mondi immaginari in cui feci immergere la “me stessa” adolescente e i miei amici di allora.

Per primo presi una piantina della regione dove vivo, il Lazio, e trovai dei punti dove avrei posizionato le uscite. Luoghi che conoscevo bene, se volevo che la storia fosse verosimile come quelle che amavo.

Ci misi a vivere la società ideale in cui avrei voluto abitare e v’infilai tra le righe, come al solito, i valori in cui tanto credevo.

I personaggi e i luoghi di superficie descritti esistono realmente, al contrario di tutto di tutto il resto.

Scrofa è il vecchio nome dell’attuale paese di Sacrofano, cui il beneamato Mussolini cambiò toponimo, come a tantissimi altri luoghi d’Italia, per motivi puramente politici.

La Cava di Doddo è un buco scavato in tempi vecchissimi in una vallata a est del paese, in principio per estrarne lo zolfo , poi usato come rifugio di guerra. Il pozzo descritto nel racconto fu utilizzato come deposito d’armi ed è tuttora esistente, anche se ne sconsiglio la visita giacché spesso ospita cucciolate di cinghiali.

Un giorno venne a casa nostra il caro amico Giovanni, accompagnato dall’immancabile Mario. Cercò come al solito prima mio fratello, poi chiese di me.

Aveva bisogno che lo aiutassi a trovare un luogo segreto descritto dal nonno in una sera in cui era in vena di racconti nostalgici.

Erano ben due anni che cercavano senza successo quel luogo. – I traditori -, pensai scherzosamente, – si erano permessi di nasconderci una simile avventura pensando di riuscire nell’impresa senza metà della banda? Dopo tutte le peripezie che avevamo condiviso, ben gli stava se avevano miseramente fallito. –

Per farvela breve partimmo in cerca di tesori bellici, visto che già in altre occasioni avevamo casualmente trovato un fucile, dei proiettili e dei contenitori in ferro della carne in scatola risalenti alla seconda guerra mondiale.

Giovanni ci guidò fino a Valle Cavallara, luogo in cui doveva essere la famosa cava. – Abbiamo cercato ovunque, forse solo tu puoi riuscire a trovarla-, mi disse conoscendo molto bene il mio senso dell’orientamento.

Mi feci ripetere fin nei minimi dettagli, tutto ciò che il nonno gli raccontò, e nel mentre m’immergevo a fondo nella storia e facevo ruotare vorticosamente le rotelline dei miei neuroni. Nella mia testa s’iniziò a formare l’immagine di come doveva essere l’entrata di un simile luogo, poi indicai una direzione mentre tutti mi guardavano sospettosi e incuriositi.

– Abbiamo già guardato-, disse Mario con sicurezza, -non c’è nulla-.

-Magari non abbastanza bene-, gli risposi sorridendo.

Ci muovemmo all’unisono verso la direzione indicata, seguendo a volte i comodi sentieri fatti dall’andirivieni degli animali tra rocce e sterpaglie della vallata, a volte giocando a saltare tra una zolla di terra e una roccia, senza tralasciare con lo sguardo nessun particolare che potesse essere d’indizio per la nostra ricerca.

In pochi minuti raggiungemmo il margine est della vallata. I sentierini creati dagli animali, si univano in un viale che scendeva verso il confine con la collina vicina e superava il torrentello che raccoglieva anche le acque di scolo dei terreni. A metà discesa, davanti a me c’era solo la fedele Narda, cagnolina adorabile, sempre in testa al nostro gruppo di scellerati avventurieri senza futuro, scopritori di tesori trovati da altri. Mi fermai scrutando la parete alla nostra sinistra che, ricoperta di una folta pelliccia di rovi, poteva nascondere ciò che stavamo cercando.

I miei amici erano sempre più dubbiosi, ma io ero guidata da quello che molti chiamano istinto che a quei tempi era in me più forte che mai. D’un tratto in basso alla nostra sinistra, notai un sentiero dalle chiare caratteristiche di quelli formati dai cinghiali. Narda, che non si perdeva mai un mio sguardo, capì al volo e s’infilò per prima.

Seguendola a quattro zampe raggiunsi in breve una piccola sporgenza situata quasi a metà parete. Appena nascosta dalla protuberanza la bassa entrata di un cunicolo mi faceva esultare di speranza. -C’è qualcosa!-, urlai ai miei impazienti e increduli amici, che prontamente seguirono i miei passi raggiungendomi.

Subito però notammo l’inconsueto comportamento nervoso di Narda che guardava con occhiate impaurite l’ingresso della grotta.

Sapendo che quello era il periodo delle cucciolate per i cinghiali, decidemmo di tornarci più avanti, in periodi migliori, con la speranza che gli animali prima o poi lasciassero la tana.

Ben tre volte tornammo inutilmente prima di poter iniziare l’esplorazione della grotta. Nella quarta Narda entrò tranquilla e noi dietro. Non sapendo cosa aspettarci non avevamo però portato alcun materiale se non una torcia, che ci permise solo di dare uno sguardo veloce. L’entrata era bassa e in discesa tanto dal costringerci a entrare scivolando seduti, ma poi si alzava e ci permetteva di camminare in posizione quasi eretta. La galleria aveva diverse diramazioni. Ad ogni svolta la nostra fantasia galoppava in cerca di risposte, che nessuno ci diede mai, sul motivo di certi scavi.

Sulla destra aveva due passaggi ciechi. In fondo c’era un pozzo con l’apertura verso l’alto da cui venivano gettati gli animali che morivano per qualche motivo. Per fortuna in quel momento non vi erano cadaveri in putrefazione, altrimenti l’aria sarebbe stata molto probabilmente irrespirabile. La galleria continuava in profondità nel ventre della collina in direzione del paese, ma siccome la cagnolina non volle in alcun modo continuare ci fidammo del suo istinto che più volte ci aveva salvaguardati dai guai. Il nonno di Giovanni aveva detto che arrivava fin sotto le cantine di certe abitazioni del paese e ci facemmo bastare quella spiegazione.

Nel frattempo già avevamo trovato qualcosa che aveva attirato la nostra attenzione. Sulla sinistra della galleria, infatti, l’unica svolta presente terminava nel pozzo/deposito d’armi così ben descritto nel racconto del nonno.

Tornammo nel weekend successivo. La settimana scolastica, quella volta sembrava avercela con noi e non voler finire, ma finalmente anche il sabato arrivò.

I genitori non vollero darci batterie di ricambio per la torcia, ma Mario riuscì a prendere di nascosto alla nonna diversi di quelli che allora erano chiamati “moccolotti”. Sono le nostre tea light, ora tanto usate in ogni occasione.  Portammo con noi anche la solita attrezzatura con pronto soccorso, acqua, panini e corde. A una fune più lunga facemmo alcune asole in modo da poter essere usata come scala. Durante il percorso trovammo un palo da recinsione appena posizionato e lo prendemmo per usarlo mettendolo di traverso sopra al pozzo.

Con nostra delusione il pozzo sembrava profondo solo quattro o cinque metri, invece dei quindici della narrazione del nonno di Giovanni, ma decidemmo ugualmente di provare una discesa visto che a metà altezza c’era una rientranza e speravamo potesse esserci una diramazione. Si decise che la più adatta a calarsi fossi io poiché ero la più leggera, mentre gli altri tenevano le corde di sicurezza per aiutarmi nella discesa e nella risalita. Attaccammo la fune con i cappi al centro del palo che fu posizionato di traverso sopra la bocca del pozzo.

Scendere fu relativamente semplice, come lo scoprire che dove pensavamo ci fosse la diramazione, invece non c’era nulla, ma un istante prima mi decidessi ad appoggiare i piedi sul fondo notai qualcosa di particolare. La terra del pavimento sembrava leggera, come fosse stata tirata dall’alto e che si fosse posizionata a terra a partire dalle particelle più pesanti. Quelle leggere erano rimaste per qualche tempo in sospensione nell’aria per poi depositarsi pian piano come polvere dando fino ad allora quell’aspetto di sofficità.

Nella nostra testa già immaginavamo i soldati che mettevano una sorta di coperchio fatto con tavole di legno e coprirlo di terra per farlo sembrare naturale. Chissà se dopo tutti quegli anni, tra umidità e tarli, ancora fosse in grado di sorreggere il peso di un umano. Chissà se non fossimo stati così accorti cosa sarebbe successo.

Sarei precipitata per i metri restanti fin sul fondo del pozzo? Mi sarei minimo fracassata le ossa delle gambe. Cosa vi avrei trovato, se pur avevo qualche possibilità di sopravvivere? Armi, fumi velenosi, serpenti? Mi sa che avevamo visto troppi film di Indiana Jones e comunque non avevo nessuna voglia di verificare alcuna delle ipotesi citate.

Rimase una vera avventura, da raccontare ad amici, figli e nipoti. Nel mio caso, da usare anche nei miei voli pindarici tra realtà e fantasia.

E tu cosa avresti fatto?

Avresti rischiato più di noi?

Avresti cercato di sfondare le tavole di legno?

Secondo te avrei trovato il Paese sotterraneo che avrei poi immaginato anni dopo?

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P.s. come ultimo regalo voglio mostrarti alcune immagini inedite del libro.

Cascata multicolore
Tempometro a colori
Posizione di Xerolandia
Cartina di Xerolandia
Bany a colori
Copricapo delle feste

4 commenti su “Come Nasce “l’avventura ereditata””

  1. Semplicemente meraviglioso
    Quando l’immaginazione affianca la realtà dell’essere, vivi il libro come se fossi tu il protagonista e la tua straordinaria capacita’ e’ proprio questo trasformare i miei pensieri in parole

  2. Semplicemente meraviglioso mi hai fatto tornare bambina perché anche noi andavamo alla scoperta di luoghi particolari 😍❤️❤️❤️

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