Le vite di quattro donne con un bagaglio doloroso alle spalle fatto di violenza e stalking, in cui s’intrecciano sentimenti profondi d’amicizia, di malinconia, di apatia, di dolore e anche di rabbia, si trovano catapultate in un complesso psicothriller dove nulla è come sembra.
La Porta del Tempo è l’ultimo romanzo di una Trilogia dove l’autrice, Luisa Colombo, guida il lettore tra la suspense e i colpi di scena, momenti di azione e incertezza, rimpianti e dolore, con una grande voglia di introspezione, emancipazione e rinascita, incollandolo tra le spire della sua trama.
Interessanti sono i parallelismi tra società molto diverse, ma ugualmente intrise, ancora ai giorni nostri, di usanze dalle radici antiche che portarono al patriarcato e al maschilismo e, con la loro diffusione, a crescenti soprusi e violenze, soprattutto verso le donne.
Come può la società aver naturalizzato una diseguaglianza che nulla ha di naturale?
La conoscenza potrebbe, finalmente, aiutare a metter fine a questo processo distruttivo dell’uno contro l’altro?
Alcuni studiosi collocano l’inizio della diffusione del patriarcato a circa seimila anni fa, quando si affermò il concetto di paternità. Gli antropologi lo fanno subentrare alla richiesta dell’uomo di avere il controllo sulla propria discendenza.
Secondo alcune teorie marxiste sembra sia nato a causa di una primitiva divisione del lavoro in cui le donne si prendevano cura della casa e della prole, e gli uomini dell’approvvigionamento di cibo attraverso l’agricoltura. In seguito, con lo sviluppo del capitalismo, il mondo della produzione è stato monetizzato e stimato maggiormente rispetto a quello della casa, che non è mai stato valutato in denaro, con la percezione e il potere degli uomini che cambiava di conseguenza.
L’etimologia della parola “Patriarcato” risale al 1800 e deriva dal greco πατριάρχης (patriarkhēs), “padre di una razza” o “capo di una razza, da cui arriva il significato letterale “legge del padre”. Il “patriarca” era il capo di una grande famiglia, diventato poi Re e, a volte, venerato come un dio.
Sembra che a portare questa organizzazione della società in Europa, e in altre parti del mondo, furono i diversi popoli pre-indoeuropei soprannominati per comodità “Kurgan”, che è il nome dei loro tumuli funerari. A supportare queste ipotesi sono arrivate diverse prove da parte di linguisti, antropologi e genetisti.
Queste tribù avevano una società stratificata in classi sociali e ruoli molto ben definiti, in cui il lato maschile era predominante in ogni campo e aspetto della vita. In ambito sacro, le divinità adorate dai Kurgan erano Giove, Marte e Quirino, simboli maschili della conoscenza, della guerra e della fertilità.
Difficile è capire, in assenza di prove storiografiche concrete e inequivocabili, le motivazioni che hanno portato tutte le società con cui sono entrati in contatto a sottomettersi al loro modo di agire distruttivo, in quanto induceva, di fatto, ogni cittadino a vivere secondo un’economia di guerra. Modus operandi che manteneva la popolazione in uno stato di allerta, paura e violenza, alimentando tensioni continue tra i popoli, le tribù, le famiglie e gli stessi componenti al loro interno, per accaparrarsi una ricchezza effimera che non era mai abbastanza. In questo stato di insoddisfazione generale si cercava poi il colpevole, trovandolo facilmente nel “più debole” e nel “diverso” (per es. le donne, i bambini o i poveri) relegandolo, punendolo e limitandone i diritti, indottrinandolo sulla naturalità del suo essere “inferiore e difettoso” per fargli accettare come un dato di fatto il suo peccato di esser nato in quel modo.
Si deve arrivare negli anni sessanta del 1900 per sentir parlare comunemente del “Maschilismo”, termine coniato per indicare un atteggiamento, in antitesi al femminismo, basato sull’idea di una supremazia maschile e sulla continuità del sistema patriarcale. Questa corrente socio-culturale viene concretizzata attraverso una serie di comportamenti attuati per ribadire il proprio status di privilegio con la spavalderia, il vanto, l’eccessiva sicurezza, il dominio sociale, l’essere sessualmente assertivi, il proteggere il proprio onore e risolvendo tutte le divergenze, le sfide e i disaccordi con la violenza invece che con la diplomazia, trattando la propria compagna attraverso l’esibizione di un distaccato signore-protettore.
Queste condotte racchiudono in sé tutte le contraddizioni di un’educazione distopica dove si prende come dato di fatto una ripartizione dei compiti e delle emozioni in base a una pretesa “natura” propria a ciascun sesso. Educazione che indottrina e non guida i bambini verso la vera conoscenza di sé, ma li costringe ad auto-ingabbiarsi in modelli di predestinazione che di “naturale” hanno davvero nulla.
È solo negli ultimi decenni, con il fallimento della società moderna, che si sta cercando un ritorno ai valori ancestrali soffocati per millenni, nella ricerca di quel qualcosa che rappresenti la vera umanità. La ricerca risulta ardua, ma qualche aiuto, anche questa volta, ci giunge da discipline apparentemente lontane tra loro.
Frammenti di quei culti accoglienti e pacifici, che rendevano la vita degna di esser vissuta, si intravedono nella nebbia delle tradizioni folcloristiche, per quanto inquinate dalle moderne religioni. Altre indicazioni sullo stile di vita arrivano dall’archeologia, quando si nota che gli antichi insediamenti megalitici non avevano fortificazioni, segno che la guerra era quasi sconosciuta.
Quel modello di società aveva valori incentrati sulla cura, sui bisogni della comunità e su cerimoniali in onore dei cicli della natura. La proprietà privata era ridotta al minimo: terreni e animali appartenevano al clan e soddisfacevano i bisogni di tutti.
Al posto dello scambio c’era l’economia del dono. Nello scambio si guarda al valore della merce e si soddisfa il bisogno del singolo. Nel dono, invece, non si fanno valutazioni merceologiche. Si soddisfa il bisogno dell’altro con la fiducia che tutti faranno lo stesso.
Poteva capitare che il valore dei ricevuto fosse più alto o più basso del donato, secondo la volontà e la possibilità delle persone. Tuttavia, ciò che si perdeva “materialmente” lo si guadagnava in considerazione sociale, e al momento del bisogno i conti tornavano sempre. Lo scambio interrompe la relazione (si prende, si dà e fine). Il dono, presto o tardi, va ricambiato e la relazione continua.
Oggi le chiamiamo “Società Matriarcali”, termine coniato verso la fine del 19° secolo.
Le comunità osservavano e rispettavano i cicli stagionali, sentendosene parte. Le stelle che scompaiono per ritornare la sera dopo, il Sole che “muore” e ogni volta “rinasce”, l’alternarsi delle stagioni, lo stesso ciclo mestruale femminile, erano i riferimenti naturali che portarono all’idea di una Grande Madre che rassicurava tutti, femmine e maschi. Come ogni pianta in inverno moriva, facendosi riassorbire da quello stesso terreno da cui rinasceva, apparentemente uguale, in primavera, così essi credevano succedesse a ogni componente della comunità, in un virtuoso ciclo rigenerativo di rinascita.
La fiducia di questa nuova era in cui stiamo entrando si pone della crescente consapevolezza che non siamo padroni di nulla, ma parti di un immenso, meraviglioso, ecosistema, con l’unica certezza di “NON sapere”. Il dovere del nostro tempo è lo smantellamento delle sistematizzazioni del passato, passateci come buone, giuste e “naturali” dall’autorità del Patriarcato.
Una volta portato a termine questo immane compito, e aver compreso come funziona l’ingranaggio delle grandi narrazioni, facciamone tesoro per capire da dove veniamo, quanto cammino abbiamo fatto e quanto ne resta da fare per evolverci davvero.
